Perché la devozione alle reliquie

Si vede per credere o si crede per vedere?


Non è una domanda marzulliana…

In tempi di pragmatismo e razionalismo, relativismo e occulto, che valore assume la preghiera e la devozione dei resti conservati dei santi?

E che impatto hanno questi appuntamenti per la vita di fede di un cristiano cattolico?


I santi hanno reso visibile e concreto uno stile di vita pieno e felice sul modello della vita stessa di Gesù, il primogenito di molti fratelli. In altre parole, hanno vissuto il Vangelo.
In molti modi si può fare memoria di loro, rendendo presente nel qui ed oggi di ciascuno un messaggio universale di salvezza. Meditazioni e testi tratti dalle loro biografie sono comunemente accolti e fanno parte integrante della nostra fede e della nostra crescita spirituale. Percepiamo che è un modo di lasciarci interrogare, per poter attingere nuove risorse da spendere nel nostro cammino.

Però questo rimane un cibo per la mente, un lavoro intellettuale. E i nostri sensi?

In tantissimi momenti nei vangeli ci si riferisce al vedere come sinonimo di credere. «Videro… e credettero» non è solo una forma letteraria, ma un percorso di introduzione al mistero stesso. E nel corso della sua predicazione, Gesù ha spesso toccato e sanato bambini, soldati, peccatori, storpi…
Ognuno di noi è stato toccato in modo più o meno “fisico” prima di convertirsi ed aderire in modo maturo a Cristo, solitamente attraverso persone o esperienze concrete di accoglienza. La provvidenza, poi, si è mostrata sotto diverse forme ad occhi che sapevano coglierla. Senza questi contatti tutto l’impianto rimane una religione, una pratica. Non una fede. Significherebbe incontrare una Legge anziché una Persona-Dio.

La concretezza dell’andare a vedere e a toccare, poi, rimanda anche ad un altro importante aspetto. Questi segni tangibili aprono finestre per intuire la realtà misteriosa e ineffabile che sta “oltre” i nostri sensi. Il legame è inscindibile: la concretezza rimanda ad un di più, ma senza quest’ultimo la realtà rimane povera di senso e di significato. Non è possibile stabilire un prima e un dopo, ma una compresenza ed un processo che è approfondimento ed arricchimento.
Nella nostra relazione con le persone a cui vogliamo bene viene spontaneo ricorrere a gesti di affetto e a piccole premure che comunicano il legame che ci unisce, che lo rende visibile. Nemmeno la morte interrompe questo legame, questa memoria, permettendo di conservare la sostanza dell’attaccamento pur cambiando i gesti che lo esprimono. Possiamo quindi scambiare un sorriso o accendere un lumino: lo strumento è diverso ma non il messaggio di amore che viene reso visibile.

Credendo, poi, che la risurrezione del corpo sia parte integrante della fede, non può sfuggire come l’atto di devozione ad una reliquia lasci aperta la domanda sulla realtà stessa della vita dopo la morte. Se vediamo il corpo di un santo, se tocchiamo il suo sepolcro, noi compiamo dei gesti che ci rimandano al corpo glorioso della risurrezione: il suo precederci nella casa del Padre ci ricorda che quella è la nostra meta.

Il confine con la superstizione è sottile, ma c’è: non vedo/cerco magia o miracolismo, ma vedo/cerco una relazione incarnata, una pienezza possibile per tutti, un corpo già “risorto”.

La partecipazione alla veglia di preghiera, nello specifico, e l’atto di devozione verso le reliquie di Sant’Antonio, quindi, non sono il fine ultimo del mio credere ma si traducono in una trasparenza che lascia scorgere Cristo stesso, e la mia vita come potrebbe essere. Se accostandomi a quella reliquia traggo incoraggiamento e fiducia nel continuare la mia ricerca ed il mio cammino verso la santità posso dire di aver compiuto un atto di fiducia nello Spirito che agisce oggi - come ieri - in tutto e in tutti.

 

 

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